WRITING

for curious minds

Eccoci, finalmente direi, alla fine del 2020… Sperando che il 2021 ci regali momenti migliori rispetto a quelli dell’anno che sta per finire. 

Non è stato facile per nessuno affrontare questo interminabile periodo, non lo è stato per chi lavorava e ha perso il lavoro, per chi ha mantenuto il suo lavoro ma lo ha visto ridurre drasticamente, per chi studiava e si è dovuto abituare a una didattica completamente diversa, per chi ha finito di studiare e, speranzoso, era in cerca di un lavoro. 

La nostra quotidianità, e il modo in cui siamo sempre stati abituati a viverla, è stata stravolta in una maniera da noi incontrollabile e questo fa paura, a tutti. Ci vogliono, però, ottimismo e positività perché se è vero che non bastano a cambiare la realtà delle cose, sono più che sufficienti per cambiare l’approccio con cui noi le affrontiamo. Ed è proprio questo che fa la differenza tra un periodo di cui non si vede la fine e un periodo in cui la fine, seppur lontana, la vediamo eccome e siamo pronti a tirare fuori tutte le nostre energie per raggiungerla il prima possibile. 

Se dovessi tirare un po’ le somme di questo 2020 e dovessi concentrarmi su quello che di bello è riuscito a darmi direi che, sicuramente, la mia laurea e l’inizio della convivenza con il mio compagno sono i ricordi migliori che ho. Ma non sono gli unici! In questo 2020, per molti versi disastroso, è nata anche l’idea di questo blog ed ecco a cosa penso ogni volta in cui comincio, per vari motivi, a ripetermi “ma quando finirà quest’anno terribile?”: penso al valore ancora più grande che hanno le cose belle capitate in un brutto periodo.

E se fossimo tutti noi a farlo, apprezzando anche le più piccole cose positive anziché rimanere focalizzati su quelle negative, ci stupiremmo di quello che saremmo in grado di fare. 

Momento motivazionale finito, torniamo al nostro Capodanno!

I ricordi che ho di Capodanno negli ultimi anni sono tutti legati a uno studio matto e disperato fino alla sera del 31. Sì, perché mi sono sempre lasciata gli esami più tosti e impegnativi per il mese di gennaio così da sfruttare le “vacanze” di Natale per avere più tempo e, quindi, poterli preparare meglio (fa ridere vero? “Che concetto bizzarro di vacanze” penserete… ma so per certo che qualcuno mi capirà!). Quest’anno, invece, niente ansia da esami ma tanto impegno per curare questo blog e le rispettive pagine Instagram e Facebook. 

Tutti noi, comunque, siamo abituati a festeggiare Capodanno nella notte a cavallo tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, ma… è sempre stato così?

Non proprio! In passato, nell’antica Roma, il primo mese dell’anno era marzo e, di conseguenza, Capodanno si festeggiava il 1° di questo mese. 

Il perché proprio marzo e non un qualsiasi altro mese è presto detto: con marzo iniziava la primavera, arrivava quindi la bella stagione a prendere il posto di quella fredda e più cupa, motivo per cui questo mese rappresentava una sorta di rinascita e rinnovamento sia in natura sia, per estensione, nelle vite delle persone. Per i romani, poi, il dio Marte (da cui prende il nome il mese di marzo) era non solo simbolo della guerra ma anche difensore della terra dalle calamità naturali e soprannaturali. Ecco quindi perché spettava a lui il compito di inaugurare l’inizio del nuovo anno. 

Giulio Cesare, nel 46 a.C., introdusse il calendario giuliano che invece prevedeva gennaio come primo mese dell’anno e solo nel 191 a.C. il pontefice massimo fissò per il 1° gennaio la data di inizio del nuovo anno. Questa volta, a essere chiamato in causa era il dio Giano (da cui prende il nome il mese di gennaio), che veniva rappresentato come una divinità bifronte che contemporaneamente guardava indietro (verso la fine dell’anno che stava per finire) e avanti (verso il nuovo anno che stava per iniziare), rappresentando quindi un passaggio tra il passato e il futuro.  

Capodanno, oggi, vuol dire “cenone” in attesa dello scoccare della mezzanotte e una delle varie usanze è quella di mangiare le lenticchie.  La motivazione è piuttosto curiosa, la lenticchia a Capodanno viene considerata un cibo portafortuna perché da sempre vista come un simbolo di prosperità e ricchezza. Per gli antichi romani le lenticchie, piatte e rotonde, ricordavano proprio la forma delle monete e il fatto che una volta cotte aumentassero notevolmente il loro volume ha portato ad associarle a un’idea di ricchezza in abbondanza. “Bastasse mangiare le lenticchie per diventare ricchi…” staremo pensando un po’ tutti quanti, ma tanto sono buone quindi, nel dubbio, perché non mangiarle? Se non ci riempiono di soldi, ci riempiono la pancia e questo, per quanto mi riguarda, basta per farmele apprezzare. 

Le tradizioni, però, non finiscono qui. Se rispettate alla lettera ci dicono anche che si deve indossare qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio e qualcosa di rosso, perché?

Diciamo subito che, in realtà, la prima e l’ultima molto spesso combaciano. Nel senso che chi decide di seguire questa tradizione indossando qualcosa di nuovo, sceglie qualcosa che sia anche di colore rosso. L’idea è quella di accogliere il nuovo anno con un indumento o un accessorio mai avuto prima perché ci porti fortuna e, contemporaneamente, con qualcosa di vecchio che simboleggi l’anno che se ne va. Sul perché, invece, il colore debba essere proprio il rosso non è molto chiaro: secondo alcuni l’usanza risale agli antichi romani ed è un augurio alla buona salute e alla fertilità; secondo altri invece l’origine è legata alla leggenda cinese secondo cui si utilizzava il colore rosso per cacciare via Niàn, una bestia mitologica che mangiava le persone, proprio durante il Capodanno, ed era spaventata solo dal colore rosso.

Certo, le origini di alcune usanze sono bizzarre e curiose ma proprio per questo ricordarle può farci sorridere.

Quello che, ammetto, ho sempre detestato per paura sono i “botti di fine anno”. Anche questi, comunque, secondo la tradizione servivano ad allontanare i demoni e a tenere lontana la sfortuna, addirittura in passato si lanciavano dalla finestra oggetti vecchi come mobili e stoviglie, perché si credeva che gli spiriti maligni non sopportassero affatto i rumori forti. 

A prescindere da queste tradizioni, sono sicura che ce n’è una che accomuna più o meno tutti quanti, o almeno la maggior parte di noi: i famosissimi “buoni propositi per l’anno nuovo”. E qui possiamo davvero sbizzarrirci perché sono i più variegati: iscriversi in palestra, iniziare la dieta, smettere di fumare, iniziare una nuova attività e così via. 

Ma tutti hanno un elemento in comune: di solito sono cose che non abbiamo mai avuto voglia di fare e che rimandiamo a gennaio perché, si sa, gennaio è un po’ come il “lo inizio lunedì” di tutto il resto dell’anno… Una sorta di data convenzionale che fissiamo per soddisfare il nostro senso di responsabilità e che poi, puntualmente e senza vergogna, continuiamo a rimandare da bravi procrastinatori modello. 

Quanti di questi propositi vengano effettivamente rispettati e quanti, invece, continuamente rinviati non è dato saperlo, però i nostri buoni propositi ci piacciono sempre e anche tanto, perché è come se grazie a qualche magia misteriosa tutte le cose che abbiamo accumulato durante l’anno riuscissero finalmente a essere completate. 

Ma non esiste, ahimè, una magia che possa portare a termine un impegno, ciò che lo fa è un modo di agire ben preciso che si chiama “organizzazione”: pianificare le proprie cose da fare e tenere sempre con sé un’agenda o un planner in cui segnarle ci aiuta concretamente a non rimandare a chissà quando quello che possiamo fare molto prima. Che sia proprio gennaio 2021 il mese giusto per iniziare a coltivare questa buona abitudine?

Ne parleremo prossimamente in un articolo! Per ora mi piacerebbe sapere come accoglierete l’anno che sta per arrivare, preparerete i piatti tipici della vostra tradizione? Siete impazienti e speranzosi verso questo 2021? Fatemelo sapere nei commenti!

3 pensieri su “Capodanno: usanze e tradizioni

  1. raccontidialiantis ha detto:

    Bellissimo pezzo. Vignette iniziali. Perdonami: ma non si dice “mi devo mangiare le lenticchie…” Si dovrebbe dire “ma che devo mangiare le lenticchie…” Poi: dei botti “c’ho paura” dovrebbe essere “ci ho paura” perché c’ho, sebbene sdoganato, è comunque errato. L’ultima: “tutto sto casino” forse dovrebbe essere “tutto ‘sto casino” perché si sottintende “que”sto casino… attendo rampognata as usual! 🙂

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    1. Angela Sileo ha detto:

      Ciao, grazie! In realtà, trattandosi appunto di una vignetta che volutamente riprende un linguaggio decisamente informale e tipico del parlato (oltretutto esprimendo dei pensieri, come si può notare dalle nuvolette) ho intenzionalmente deciso di adottare forme espressive coerenti e che lo richiamassero a tutti gli effetti. Mi sembrava scontato considerato che nel testo dell’articolo ho adottato una forma diversa. E, nel parlato appunto, non penso che che qualcuno dica “ci ho”… Per quanto riguarda “sto”, in ogni caso, la forma con l’apostrofo risulta davvero arcaica e sconsigliata (impossibile da fraintendere con il verbo stare). Ad ogni modo, bisognerebbe sempre anche contestualizzare ciò che si legge e tenere conto di ciò che si vuole trasmettere con il linguaggio. Perdonami, ma mi sembrava decisamente più simpatico esprimere i pensieri di un cagnolino con uno stile colloquiale e poco sorvegliato piuttosto che con la perfezione di un cultore della lingua italiana.

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      1. raccontidialiantis ha detto:

        Capisco; ma oso non condividere! Lo scritto è lo scritto: differisce dal colloquiale. Sempre. E può comunque ingenerare confusione. Poi, quando uno parlando dice che ha qualcosa, dice appunto “ci ho” e non “c’ho” con la c dura!!! Ovviamente, siamo sempre nel campo delle opinioni… grazie a te! 🙂

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